Nel 1972 un aereo uruguayano con una squadra di rugbisti e relativi familiari si schianta a 4000 metri sulla Cordigliera delle Ande. Dei 45 passeggeri, 12 muoiono nell'impatto e i superstiti affrontano per 72 giorni il freddo, la paura, la fame, obbligati dall'istinto alla più terribile delle decisioni, quella di nutrirsi della carne dei propri compagni. Sopravvivono in 16 a questa esperienza. Fra loro il Dott. Roberto Canessa, oggi affermato cardiologo. L'aereo è in volo, ma le cime delle montagne appaiono d'improvviso troppo vicine all'aereo. D'improvviso si verifica un forte vuoto d'aria. Canessa, convinto di non sopravvivere, aspetta solo il momento dello schianto. La neve invece ammortizza la frenata dell'aereo e Roberto constata di essersi salvato con gambe, braccia, testa a posto. E' ancora vivo. Incredulo, esce dall'aereo sperando di vedere ambulanze, vigili del fuoco, aiuti, ma trova solo amici senza gambe e braccia rotte o mutilate e ferite che devono essere rimesse a posto in fretta e come si può. Intanto la neve cade lentamente e intorno solo un silenzio sublime, surreale. Un uomo esce dall'aereo, si accende una sigaretta e dice: "Roberto, moriremo tutti". Un altro, sbalzato fuori dall'aereo a distanza di qualche metro, corre verso di loro all'impazzata e dopo 10 metri viene inghiottito dalla neve. Un altro cammina dicendo "Sono il Presidente della Repubblica, non mi toccate, non mi toccate". In quei momenti l'essere umano è diverso ed è difficile rimanere normali, logici, coerenti. Le persone possono reagire in modi diversi, ma comunque, di fronte a uno shock del genere, bisogna fare squadra. Canessa si guarda intorno e cerca le persone con cui "cominciare a giocare per uscirne". E' una partita difficile, quella della vita contro la morte. Il freddo è terribile, arriva alle ossa e spinge i sopravvissuti a stare vicini, ad abbracciarsi per scaldarsi, per trovare il calore della vita. Passa il primo giorno e la prima notte, ma i soccorsi non arrivano. Bisogna aspettare, ma fino a quando? Nel frattempo Canessa e gli altri compagni trovano riparo nel relitto dell'aereo, i rivestimenti di lana dei sedili diventano coperte e le valigie servono per tappare i buchi della fusoliera per non far entrare il freddo. Poi una sete terribile, la paura incontrollabile di non farcela così come la fame. In maniera più terribile del racconto che Marshall ha fatto nel film Alive i sopravvissuti si trovano costretti a mangiare i loro amici, quelli che non ce l'hanno fatta, i morti. Il primo a muoversi verso questa soluzione è lo stesso Canessa che, richiamandosi alla frase dell'ultima cena "Prendete e mangiatene tutti, questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi è convinto che Dio gli stia dicendo, "se tu muori, il tuo corpo servirà a far continuare ad esistere anche gli altri". Questa è la teoria. La pratica prevede che si passi al taglio della carne. La bocca non si apre, non vuole compiere l'orrore e Roberto si domanda "che senso ha vivere così?", forse sarebbe meglio lasciarsi morire. Ma c'è un pensiero che lo tiene in vita: il dolore che sua madre potrebbe provare alla notizia della sua morte. In quel momento Canessa decide che mangerà anche l'aereo o le scarpe pur di sopravvivere. Pensare di sopravvivere mangiando i morti è una cosa terribile, ma la morale dell'uomo si adatta alle condizioni e alle circostanze in cui vive. Per Canessa ciò che realmente elimina la morale è l'abbondanza materiale che cancella anche l'idea di Dio, quel Dio che Roberto ha conosciuto sulle Ande con le sembianze di un uomo che chiede aiuto, che ha il suo stesso volto. Per tale ragione, tentare di sopravvivere non è abbastanza. Roberto decide di andare a cercare aiuto per sé e per i suoi compagni. Per sei giorni di marcia forzata con un compagno in mezzo al freddo e alla neve si dirige verso la valle, trova i soccorsi e aiuta a trarre in salvo anche il resto dei compagni. Il senso della vita di Canessa sono le grandi emozioni. C'è un tempo segnato dagli orologi e c'è un tempo personale per vivere intensamente godendo delle cose semplici di cui si sente nostalgia solo quando vengono a mancare. Il segreto è vivere a pieno, perché la vita è fragile, un soffio, e quello che oggi non si vive non si vivrà mai più.