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Domenica 20 Aprile 2008 12:01

Mario Riccio

 

"Vita è la donna che ti ama il vento tra i capelli, il sole sul viso, la passeggiata notturna con un amico, la donna che ti lascia una giornata di pioggia, l'amico che ti delude... Morire mi fa orrore, purtroppo ciò che mi è rimasto non è più vita è solo un testardo e insensato accanimento nel mantenere attive delle funzioni biologiche". L'intervento del dottor Riccio in studio viene introdotto da queste parole scritte in una lettera al presidente della repubblica italiana da parte di Piergiorgio Welby, l'uomo soggetto a una forma terribile di distrofia, rimasto per lungo tempo in uno stato semivegetativo e di totale immobilità, che per lungo tempo ha chiesto di spegnere la macchina che artificialmente lo teneva in vita. Il dottor Mario Riccio è l'uomo che si è fatto carico di questa richiesta estrema. Il 20 dicembre 2006 ha consentito che la vita di Welby si interrompesse." Ho fatto il mio dovere - asserisce il dott. Riccio - è nel diritto di un paziente interrompere una terapia è nel dovere del medico di adempiere al volere del paziente. Ero curioso del caso. Mi ero messo in contatto spontaneamente con Welby mosso dall'interesse personale e professionale ed ho via via capito che c'è stata una vera richiesta di Piergiorgio." Dopo questa scelta il dottor Riccio è stato accusato e poi prosciolto per omicidio consenziente. La vicenda giudiziaria ha avuto diverse fasi fino a che il gup (giudice udienza preliminare) ha emesso una sentenza storica in cui ha ricordato due punti fermi: c'era una sospensione della terapia ed il dovere del medico di adempiere. "Di quel giorno ricordo una gran tensione - Ricorda il dottor Riccio - volevo rimanere fuori dalla pressione mediatica. Nessuno sapeva che erano giorni in cui si era giunti al punto che si potesse interrompere la sua ventilazione. L'ipotesi era cresciuta lentamente in me, e mi risultava molto difficile accettare che effettivamente o decidevo io o nessun altro avrebbe interrotto la terapia". Questo è stato il motivo trainante che effettivamente ha fatto decidere al dottor Riccio di evitare che si andasse avanti con la sofferenza del suo paziente, al di là degli sviluppi pesanti ed impegnativi che si sarebbero e si sono prospettati in seguito. "La cosa importante da far capire è che l'esercizio di un diritto di una persona, non obbliga gli altri a seguire questa strada, ma permette a chi vuol esercitare un suo diritto di poterlo esercitare". Di Piergiorgio Welby il nostro ospite ricorda una persona che nonostante fosse costretta a rimanere immobile nel letto aveva una capacità di espressione fortissima. Era molto chiaro, deciso e cristallino il suo comportamento, al punto che riusciva comunque a riflettere in ogni caso il suo forte carisma. "Quando lo vidi la prima volta fu per me molto importante informarlo dettagliatamente che l'interruzione della ventilazione per lui avrebbe significato inevitabilmente morte". Solitamente un medico trasmette la sua personalità al paziente, ma nel caso di Welby fu più lui a farsi sentire con personalità dal dottor Riccio. "La vita è della persona, il proprietario della mia vita sono io e quindi posso disporne io - Continua il nostro ospite - La medicina moderna offre sempre più possibilità di cura, ma non c'è scritto da nessuna parte che noi dobbiamo utilizzare per forza tutte queste possibilità. Possiamo usare quelle che vogliamo." Per il dottor Riccio, d'altro canto il dolore per un anestesista del suo calibro è qualcosa da combattere, ridurre ed eliminare se è possibile. "Per me il dolore non ha alcun significato - confida Riccio - non attribuisco alcun significato di espiazione, di capacità di sopportazione. Ma rispetto chi attribuisce al dolore queste qualità ed ha intenzione di sperimentarlo. Il problema vasto dell'eutanasia è un problema più articolato. Interrompere delle terapie, anche se risultano apparentemente vitali, ma che comunque non possono sfuggire alla morte è un conto; l'eutanasia, invece, è quando uno cerca di darsi la morte in certe condizioni. E' un argomento molto delicato, ma a volte è solo un discorso di tempo, dove non ci sono possibilità di sopravvivenza, ma solo una prospettiva di sofferenza". Secondo il dottor Riccio bisogna chiedersi se questo cammino di sofferenza verso la morte certa ha significato viverlo oppure non si possa interromperlo attivamente. I pochissimi paesi che si sono dati una normativa non sono paesi arretrati culturalmente e scientificamente. "Facciamo l'esempio dell'Olanda che viene sempre citato - Ricorda il nostro ospite - Si tratta di un paese che prima di darsi una legislazione sull'eutanasia ha creato una rete fra le migliori al mondo di terapie palliative e di cura del dolore". Alla domanda netta e precisa di Paolo su che cosa significa morire con dignità, il dottor Riccio risponde "Significa morire senza soffrire e senza perdere la stima di se stessi, perdendo la capacità delle funzioni base con il dolore totale. Oggi spesso si muore dopo lunghe cure. La sfida è condurre il paziente ad una morte dignitosa".
 
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Lunedì 31 Marzo 2008 17:23

Roberto Canessa

Nel 1972 un aereo uruguayano con una squadra di rugbisti e relativi familiari si schianta a 4000 metri sulla Cordigliera delle Ande. Dei 45 passeggeri, 12 muoiono nell'impatto e i superstiti affrontano per 72 giorni il freddo, la paura, la fame, obbligati dall'istinto alla più terribile delle decisioni, quella di nutrirsi della carne dei propri compagni. Sopravvivono in 16 a questa esperienza. Fra loro il Dott. Roberto Canessa, oggi affermato cardiologo. L'aereo è in volo, ma le cime delle montagne appaiono d'improvviso troppo vicine all'aereo. D'improvviso si verifica un forte vuoto d'aria. Canessa, convinto di non sopravvivere, aspetta solo il momento dello schianto. La neve invece ammortizza la frenata dell'aereo e Roberto constata di essersi salvato con gambe, braccia, testa a posto. E' ancora vivo. Incredulo, esce dall'aereo sperando di vedere ambulanze, vigili del fuoco, aiuti, ma trova solo amici senza gambe e braccia rotte o mutilate e ferite che devono essere rimesse a posto in fretta e come si può. Intanto la neve cade lentamente e intorno solo un silenzio sublime, surreale. Un uomo esce dall'aereo, si accende una sigaretta e dice: "Roberto, moriremo tutti". Un altro, sbalzato fuori dall'aereo a distanza di qualche metro, corre verso di loro all'impazzata e dopo 10 metri viene inghiottito dalla neve. Un altro cammina dicendo "Sono il Presidente della Repubblica, non mi toccate, non mi toccate". In quei momenti l'essere umano è diverso ed è difficile rimanere normali, logici, coerenti. Le persone possono reagire in modi diversi, ma comunque, di fronte a uno shock del genere, bisogna fare squadra. Canessa si guarda intorno e cerca le persone con cui "cominciare a giocare per uscirne". E' una partita difficile, quella della vita contro la morte. Il freddo è terribile, arriva alle ossa e spinge i sopravvissuti a stare vicini, ad abbracciarsi per scaldarsi, per trovare il calore della vita. Passa il primo giorno e la prima notte, ma i soccorsi non arrivano. Bisogna aspettare, ma fino a quando? Nel frattempo Canessa e gli altri compagni trovano riparo nel relitto dell'aereo, i rivestimenti di lana dei sedili diventano coperte e le valigie servono per tappare i buchi della fusoliera per non far entrare il freddo. Poi una sete terribile, la paura incontrollabile di non farcela così come la fame. In maniera più terribile del racconto che Marshall ha fatto nel film Alive i sopravvissuti si trovano costretti a mangiare i loro amici, quelli che non ce l'hanno fatta, i morti. Il primo a muoversi verso questa soluzione è lo stesso Canessa che, richiamandosi alla frase dell'ultima cena "Prendete e mangiatene tutti, questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi è convinto che Dio gli stia dicendo, "se tu muori, il tuo corpo servirà a far continuare ad esistere anche gli altri". Questa è la teoria. La pratica prevede che si passi al taglio della carne. La bocca non si apre, non vuole compiere l'orrore e Roberto si domanda "che senso ha vivere così?", forse sarebbe meglio lasciarsi morire. Ma c'è un pensiero che lo tiene in vita: il dolore che sua madre potrebbe provare alla notizia della sua morte. In quel momento Canessa decide che mangerà anche l'aereo o le scarpe pur di sopravvivere. Pensare di sopravvivere mangiando i morti è una cosa terribile, ma la morale dell'uomo si adatta alle condizioni e alle circostanze in cui vive. Per Canessa ciò che realmente elimina la morale è l'abbondanza materiale che cancella anche l'idea di Dio, quel Dio che Roberto ha conosciuto sulle Ande con le sembianze di un uomo che chiede aiuto, che ha il suo stesso volto. Per tale ragione, tentare di sopravvivere non è abbastanza. Roberto decide di andare a cercare aiuto per sé e per i suoi compagni. Per sei giorni di marcia forzata con un compagno in mezzo al freddo e alla neve si dirige verso la valle, trova i soccorsi e aiuta a trarre in salvo anche il resto dei compagni. Il senso della vita di Canessa sono le grandi emozioni. C'è un tempo segnato dagli orologi e c'è un tempo personale per vivere intensamente godendo delle cose semplici di cui si sente nostalgia solo quando vengono a mancare. Il segreto è vivere a pieno, perché la vita è fragile, un soffio, e quello che oggi non si vive non si vivrà mai più. 

 

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