Presentare Daniele De Rossi è un esercizio al limite del superfluo. Calciatore, noto ai più per la sua appartenenza alla A.S. Roma, in cui è soprannominato Capitan Futuro, in quanto romano, romanista, vice capitano e naturale prosecutore del destino calcistico del capitano Francesco Totti. Ma Daniele De Rossi supera i confini della capitale, in quanto è anche centrocampista titolare inamovibile della nazionale di Prandelli e campione del mondo nel 2006 con quella di Lippi. Definito dallo stesso Marcello Lippi uno dei cinque centrocampisti più forti del mondo. In studio ci si aspetterebbe un calciatore pieno di se che racconta il suo mondo dorato e la sua favola calcistica, in modo più o meno standardizzato. Ma invece, Daniele De Rossi si rivela subito come un uomo maturo. Un ventisettenne che ha un equilibrio fuori dal comune, che ha una storia di vita intensa, piena di dolore, soddisfazioni, drammi ed emozioni. Una storia che non ti aspetti. Di un uomo che ha già un vissuto pregno di intense esperienze. De Rossi sà di essere spesso nell’occhio del ciclone, per l’eccessiva esposizione mediatica a cui va incontro un calciatore del suo livello. Ma sorprendentemente accetta tutto ciò, asserendo con umiltà, che è uno scotto che si può pagare, senza problemi. Prima di sedersi davanti alle telecamere confida a Paolo che quella al senso della vita è la sua prima e probabilmente ultima intervista pubblica riguardante la sua sfera privata. La sua è una sorta di testimonianza “live” di crescita. Capitan Futuro è una specie di testimonial che ribadisce quanto l’equilibrio interiore è ciò che porta un uomo ad affrontare a testa alta ogni vicissitudine. E lui tutto ciò, in studio e nella vita riesce a farlo con una riservatezza assolutamente fuori dal comune. Nell’estate del 2008 fece molto scalpore la notizia della morte del suocero, ucciso da arma da fuoco. I giorni successivi i giornali si scatenarono nell’associare la notizia di cronaca con il genero, sovraesponendolo a livello d’immagine ad ardite interpretazioni. Molto spesso poco discrete; cronaca e gossip si andarono pericolosamente a rincorrere per un lungo periodo. Dopo una doppietta in nazionale fece ancor più scalpore la dichiarazione del centrocampista azzurro in cui dedicò i gol al suocero deceduto. In molti si scandalizzarono per questo gesto spontaneo, in quanto si dice che ci fossero legate, al tragico evento dell’uccisione del suocero, storie di malavita. Daniele De Rossi racconta in studio come ha vissuto quel momento difficile a livello familiare. Si apre come sempre con coraggio e lucidità. Parlando con il cuore e ribadendo senza indugi, l’affetto che provava per il suocero e il dolore che ha provato per la sua scomparsa. Il ragazzo in modo discreto, ma senza peli sulla lingua, nel suo pieno stile, racconta la susseguente separazione con la moglie e il rapporto meraviglioso che ha instaurato con la piccola Gaia, sua figlia, la vittoria più bella realizzata in tanti match con la vita. Forse anche troppi, mediamente, per un ragazzo di 27 anni. Infatti la schiettezza, la genuinità e soprattutto la determinata calma con cui racconta questi eventi che gli hanno segnato la vita, fanno si che lo si percepisca con l’etichetta di campione in campo e anche fuori. Un uomo che non ha paura di palesare il suo pensiero e di ammettere che, nonostante tante vicissitudini di vita, si sente un privilegiato, un uomo che può permettersi di vivere a pieno un’esistenza fatta di difficoltà e grandi soddisfazioni. Lui il suo senso della vita pare che lo abbia già trovato ed ha un nome e cognome preciso: Gaia De Rossi, sua figlia.



